Pisanthology, AA.VV.
l'Antologica
pp. 166
formato 13x20
ISBN 978-88-6004-115-9
15,00 euro
Così Pisa, un nome piccolo come è piccola lei, mi tiene compagnia mentre cammino e smette di avere quel contegno antipatico, tipico del luogo turistico, che mantiene durante il giorno con le carrozze dei cavalli per gli stranieri vogliosi di scoprirla tutta in 24 ore.
Percorro senza farci caso i vicoli non detti dalle cartine, cercando di tenere a mente almeno quel segno distintivo che non mi farà confondere questa stradina con quella.
Dopo diversi minuti di apnea riemergo ai lungarni, il ponte è vicino. Il cielo è più azzurro, è quasi l'alba. Il ronzio del furgoncino dei giornali mi sveglia dal mio sogno infantile. La bianca e solenne sposa barocca starà indossando l'abito per mostrarsi al pubblico dei suoi ammiratori, tornando a vestire i panni di palazzo famoso. La città è di nuovo di tutti, è scappata da me, il giorno se ne riappropria velocemente.
Hanno partecipato all'antologia Gianni Bianchi, Valerio Coscetti, Cecilia Cruccolini, Andrea Delle Sedie, Domenico De Pascale, Antonio De Rose, Irene Di Natale, Tommaso Gabbani, Simone Giusti, Augusto Loni, Gianluca Lucchese, Manuela Micheli, Davide Morelli, Edoardo Nannipieri, Luca Nannipieri, Matteo Pelliti, Lorella Sartini, Valeria Serofilli e Fabrizio Ulivieri.
“Quattro a zero”: la storia di Gian Luca Maria Francesco Ettore Barachini-Giannessi.
di Gianluca Lucchese
Su quel gomito del fiume di Pisa che volge ad Ovest, tra l’orologio del Comune e la Chiesa della Spina, in mezzo alle colline da una parte ed al mare dall’altra, Gian Luca Maria Francesco Ettore Barachini‒Giannessi, capì di averla persa. Per sempre.
Era il 1970. Celentano e Claudia Mori avevano vinto il festival di Sanremo: in città si cantava anche taxì, taxì…
La squadra italiana di calcio si preparava per i Mondiali in Messico. Un anno prima circa, precisamente alle 4:57, ora italiana, del 21 Luglio 1969, Armstrong scese sulla Luna.
Le fabbriche di auto sfornavano nuovi modelli. Per le piccole strade lastricate del centro, ogni tanto sfilava una 500, poi qualche nuova versione della Mini Minor e tra le altre, le coupè Lancia Fulvia e Ford Capri.
Gian Luca Maria Francesco Ettore era indifferente agli avvenimenti, alle persone che li compievano, al loro significato. Era attratto di più da alcuni dettagli…
Aveva tutti quei nomi perché la mamma Tea ed il padre Teo, dopo un fiasco di Chianti a stomaco vuoto, decisero che quello fosse il nome migliore per il loro nascituro: Gianni era il nonno gelataio di P.za dei Miracoli, Don Luca il parroco di S. Caterina nonché insegnate di musica del quartiere, suor Maria, colei che tanto si era prodigata per racimolarli delle offerte per le loro nozze, Francesco Ruberti Della Gherardesca, il nobile che, prima di morire, donò al nascituro la sua dimora in Borgo Stretto. Per i due novelli sposini, da quelle persone, doveva venir fuori il nome. Ettore fu aggiunto all’anagrafe diversi anno dopo la nascita.
Era il cane lupo che con un morso staccò a Gian Luca Maria Francesco il pollice della mano destra; era il cane di Franco Smith, il maresciallo della stazione dei Carabinieri di Navacchio. Quel cane, in circostanze mai chiarite, si avventò sul giovane in litigio col padrone, mordendo ferocemente il ragazzo all’arto. Dopo quell’evento, Gian Luca Maria Francesco Ettore prese anche il soprannome di “quattro a zero” (4-0) per il fatto che, quando salutava con la mano destra, sembrava indicasse il risultato di una partita di calcio.
Per il cognome, vollero che il bimbo li portasse tutti e due: doveva capirsi che il figlio era loro e basta: Barachini e Giannessi.
Quella dei nomi era una fissa di famiglia. Veniva da lontano. Non si era mai capita.
Nella cittadina si narra ancora che Teo e Tea si conobbero con un annuncio su “Il Tirreno”: Alta, piacente, di sani principi, cerca uomo serio, amante della famiglia, purché con un nome di tre lettere.
L’altro era più diretto:
Sono Teo e cerco Tea, astenersi tutte le altre.
Si dettero appuntamento davanti alla prima dimora di Galileo Galilei:
‒ Un mi di’ che sei te! ‒ Oh un ti di’o di sì!
Il secondo giorno, si baciarono davanti alla Scuola “Sante de Sanctis”.
Il terzo, fecero all’amore nell’auto comprata alla concessionaria Marco Marchi spa.
Il mese seguente erano già sposati e, otto mesi dopo, nacque Gian Luca Maria Francesco (Ettore).
Il bimbo crebbe nella serenità e nell’amore. Il nonno lo rimpinzò di gelati di crema per tutto il tempo che passò con lui; stazionava all’ombra della torre pendente col suo carretto con la scritta Ice Cream. Le prime parole sensate che il piccolo imparò subito, furono i gusti dei gelati che chiedevano i turisti americani con le loro camicie a fiori colorate:
Strawberry and Lemon tree, Chocolate and Cream, Coffee and Pistachio and only Apple for me!
Per lui le parole pronunciate da quegli stranieri erano musica per le sue orecchie: Oh, Yes! La musica…
A sei anni suonava al piano My way di Sinatra. A otto cantava New York – New York. A quindici, al solito saggio annuale alla Filarmonica Pisana, invece che eseguire Chopin, si mise al piano suonando e cantando Love me tender: mandò in visibilio la platea. Naturalmente fu espulso seduta stante.
Col passare del tempo s’innamorò dei nomi propri americani che portavano cognomi italiani. E non viceversa! I suoi preferiti erano Jhon Landi, Ted Barsotti, Ronald Lucchesi, Lou Barabotti, Elvis Bianchini, Ken Darata etc, etc… Da ventitreenne la sua tesi di laurea fu: Non esistono persone belle con nomi brutti e tanto meno persone brutte con nomi belli.
Ancora oggi è la più fotocopiata dell’Ateneo Pisano.
Quella dei nomi era la passione più forte che aveva mai espresso. Più della musica, che dovette poi interrompere per quel incidente con Franco Smith ed il suo cane. Più del calcio, dove passò da portiere a mediano di spinta, sempre per via del dito. Più delle donne: o meglio, più delle donne, fino alla comparsa in scena di Marilyn Mariotti. Prima non aveva avute che piccole storie, degne di poca particolare attenzione: ci fu una Liza Pisani e una Nancy Ciampalini, ma non durarono più di una settimana ciascuna; quei nomi non lo convincevano del tutto. Non poteva fidarsi di loro: suonava male quando le chiamava… Oh, Yes.
Finché appunto, una sera calda di un Venerdì, di San Guglielmo da York, durante un tramonto sul ponte della Fortezza, gli venne incontro una bellissima fanciulla dai denti bianchi, il viso candido e gli occhi scuri profondissimi: erano i giorni dei Mondiali in Messico e lui, in onore della Nazionale Italiana di Alberatosi, Gigi Riva, Boninsegna, Mazzola e Facchetti, indossava la bellissima tuta azzurra dei nostri campioni. Sembrava l’allenatore Valcareggi in persona. Devo ammettere che non sia mai stato bello e nemmeno brutto, ma quella donna, ne rimase affascinata.
Lei era davvero bella. Bellissima. Però qualcosa non lo convinceva fino in fondo. Forse per via di quel San Guglielmo da York: quel Santo doveva avere un nome americano ed un cognome italiano per essere di buon auspicio, non al contrario… A 4-0 quei nomi lo infastidivano parecchio! Poi c’era Marilyn Mariotti: poteva andare… ma… forse… c’erano troppo lettere; avrebbe preferito Marion Mariotti o Mary Mariotti. Suonavano meglio.
Oh Yes!
I giorni seguenti furono magnifici; amore, sesso, parole dolci, progetti per il futuro. Col frequentarla, Gian Luca Maria Francesco Ettore, capì che Marilyn fu attratta sin da subito da quella sua tuta azzurra, un po’ come un simbolo: lei adorava gli uomini di rappresentanza, in divisa, in tenuta militare, di gala. Questa sua attenzione destabilizzò ancora un po’ il nostro amico anche perché, oltre al Santo di York, quella delle divise, fu per lui, un altro segnale poco propizio.
I due, comunque, s’incollarono per giorni e giorni; vissero nella casa che Francesco Ruberti Della Gherardesca gli donò in punto di morte. Era in Borgo Stretto, adiacente al Casino dei Nobili: un elegante dimora settecentesca in una scenografica posizione prospiciente al Ponte di Mezzo. Nelle giornate assolate, s’ illuminava dei riflessi dorati ed argentei dell’acqua sottostante. 4-0 la portava sempre con sè: nelle passeggiate sui Lungarni, sulle scogliere a Marina di Pisa, nelle spiagge a Tirrenia, nella pineta a San Rossore. Gli unici amici che lo frequentavano, Gregory Sbrana, James Taccola e Jennifer Parra, lo persero definitivamente.
Nel Giugno Pisano ci fu la fantastica Luminaria di San Ranieri, il patrono della città.
Nella notte suggestiva, da togliere il fiato, i due, mimetizzati tra la folla festante, sotto migliaia di lumini che abbellendo i palazzi storici dei Lungarni, li facevano riflettere magicamente nel fiume, si giurarono amore eterno. Seguirono poi le regate dei quartieri storici, con il lancio in acqua della papera per l’imbarcazione classificata in coda: Santa Maria. L’ultima manifestazione che videro assieme fu il Gioco del Ponte: un torneo dove giovani forzuti combattenti, si affrontano spingendo un carrello sul Ponte di Mezzo, divisi in due fazioni: Mezzogiorno e Tramontana. Ogni squadra deve spingere il carrello verso la sponda opposta del rivale. Fu una bellissima festa in costume ed i due si vestirono per l’occasione. Marilyn ne fu estasiata.
Ci furono altri giorni indimenticabili nella cittadina toscana e poi, in seguito, dopo la vittoria del Brasile per 4-1 sull’Italia in finalissima (prima rete di Pelè al 18’. Amava il suo nome: Edson Arantes do Nascimiento detto Pelè. Quello sì che suonava bene!), Gian Luca Maria Francesco Ettore si concesse tre giorni di “libertà”. Andò a trovare un parente ricoverato a Firenze.
Il primo giorno la sua metà le mancò tantissimo, il secondo impazzì dal desiderio. Poi, un po’ perchè non sopportava tanto il dialetto fiorentino e, soprattutto, per il buco allo stomaco quando pensava alla sua bella, tornò in anticipo al programma: prima di andarla a trovare e farle una sorpresa, si fermò sulle spallette, proprio dove si erano giurati amore eterno: su quel gomito del fiume di Pisa che volge a Ovest tra l’orologio del Comune e la Chiesa della Spina, in mezzo alle colline da una parte ed al mare dall’altra.
Pensò a come organizzare la sorpresa, al bacio che le avrebbe dato, alle parole che le avrebbe detto.
A Pisa era un giorno di premiazioni e cerimonie.
Così, mentre sognava ad occhi aperti, si accorse di un battello che faceva la spola tra le sponde del fiume. Lì per lì sembrava una normale imbarcazione.
Focalizzò il suo sguardo in quella direzione. Poi tra i passeggeri. Infine sulle donne, anzi, sull’unica donna che, ad ogni attracco, restava su quel battello per poi ripartire di nuovo. Le vide il viso candido, poi gli occhi scuri profondissimi e per ultimo notò quei suoi denti bianchi… Non credette ai suoi occhi. Poi capì. Era lei.
La vide passare più volte, nell’arco della giornata: la sua Marilyn Mariotti ad ogni passaggio era sempre con una nuova maschile compagnia.
Alla prima vista era tra le braccia del Sindaco in fascia tricolore, al secondo viaggio si sbaciucchiava col Luogotenente Generale della parte di Tramontana in divisa ufficiale. Al terzo tragitto era sulle ginocchia di un Alfiere porta insegne, e al quarto, col Maresciallo Smith, appena promosso di grado… Tutti innamorati di lei, tutti inebriati da quegli occhi profondi e da quei denti bianchissimi, tutti rigorosamente in divise ufficiali, amanti fugaci ed occasionali.
Quella era una giornata di premiazioni e cerimonie… Oh Yes!
Fu così che Gian Luca Maria Francesco Ettore Barachini Giannessi chiuse gli occhi.
L’Arno sparì. Il battello pure. Marilyn divenne un punto scuro in un schermo nero.
Gridò forte. Dentro. In silenzio. Poi pianse a dirotto. Fuori. Urlando.
Si mangiò le cinque unghie della mano sinistra e le quattro della destra. Gli venne a mente la scritta Ice Cream sul carretto del nonno.
Riportò alla memoria il suo saggio alla Filarmonica Pisana. Si ricordò del Santo di York e di quel nome, Marilyn, che non gli era mai piaciuto. Ripassò la sua tesi di laurea.
Si ricordò della storiella dei suoi genitori Teo e Tea e degli amici Gregory, Jamese e Jennifer. Vide nella sua mente le immagini del primo gol di Edson Arantes do Nascimiento detto Pelè…
Alla fine, deluso, affranto, ferito, sconvolto, disse al cielo:
‒ Tutte cazzate! Stra ma le de tte cca zza teEeEeEeEe!
E in quel preciso istante, su quel gomito del fiume di Pisa che volge ad Ovest, tra l’orologio del Comune e la Chiesa della Spina, in mezzo alle colline da una parte ed al mare dall’altra, capì che la sua passione per i nomi, era persa. Per sempre.
Oh, Yes…